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Guglielmo Forni Rosa, Vice Président de la SIAM JJR

présente

Il fascino discreto di Mobydick colpisce ancora. Non parlo della balena, ma della casa editrice, che si ostina a produrre libri scritti in ottimo italiano. Vi si respira, nel linguaggio ma spesso anche nei testi, un profumo d’antico, un garbo d’altri tempi, che accomuna diversi autori, tanto da farmi sospettare che un puntiglioso e feroce lavoro di editing arrivi a frenare gli slanci dei meno disciplinati. Se così fosse, se si trattasse di un’insensata omologazione, si dovrebbe inorridire e indignarsi. Probabilmente invece abbiamo a che fare con un’accurata scelta di autori e di testi, che a me personalmente regalano momenti di sollievo, come si prova quando trapelano, dalla rozza imbiancatura di una parete, i delicati colori di un affresco sottostante. Dunque il buon italiano esiste ancora! Sia chiaro, non voglio assumere le posizioni retrive di chi rifiuta la creatività, la ricerca e la sperimentazione, anche spericolata. Ne abbiamo esempi nel presente come nel passato: nel dadaismo, nel futurismo, in tanti movimenti e in tante voci fuori dal coro. Ma come avviene nella pittura, dove possiamo accettare la distorsione, la semplificazione e l’astratto da parte di autori che hanno dato prova di saper disegnare, così in letteratura si può apprezzare ogni genere di esperimento, purché non risulti frutto di ignoranza e povertà di linguaggio. Ahimè, i testi che malauguratamente mi capitano sotto gli occhi sono spesso affetti da questi malanni, contratti al tempo della scuola e mai più sanati. Per questo agli aspiranti scrittori non consiglio mai i corsi di scrittura creativa, bensì corsi di recupero di grammatica e sintassi, e vagonate di buone letture. Dunque non posso che salutare con gioia l’onesta scrittura tradizionale.
E’ uno stile raffinato infatti quello di Forni Rosa, che costruisce una storia intrigante, permeata da un’inquietudine che ricorda certi film di Hitchcock, come Il Dubbio o La donna che visse due volte. Protagonisti un professore frustrato e una presunta assassina.
Uscendo dal bosco sul terreno scoperto,Carla viene accompagnata per qualche metro dalla mano del marito. Tiene gli occhi chiusi per il timore di ciò che potrebbe vedere, e può solo avanzare senza voltarsi. Alle sue spalle, però, è comparsa una giovane donna bionda, che indossa pantaloni di gabardine chiaro e una camicetta di seta beige; si tiene nascosta dietro una roccia – ma tutto il paesaggio nel sogno ha un carattere falso, come uno sfondo di cartone dipinto – e ora fa cenni al marito.
La donna è già in carcere, e questo rende più drammatica la difficoltà di rapporto fra i due, anche se il piano psicologico appare di gran lunga più problematico di quello logistico.
Raccontata in prima persona da lui, e in parte anche da lei, la storia si muove su piani sfalsati mescolando ricordi e suggestioni, razionalità e nevrosi, nella ricostruzione di un delitto che sembra volutamente destinato all’oblio, ma che il protagonista si ostina ad esplorare, quasi che la scoperta della verità potesse dargli la chiave di un amore negato. Un allestimento magistrale per un romanzo troppo breve, che non mantiene del tutto le promesse iniziali. La conclusione arriva troppo in fretta, senza dare al lettore il tempo di prepararsi

Giovanna Repetto

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